Il 13 settembre la Costiera Amalfitana e i Monti Lattari sono bruciati da tre punti diversi nella stessa sera. Il 22 settembre, sul Matese, il fuoco è partito da due punti nello stesso momento. Tra il 22 e il 23 settembre, sul Taburno, due incendi quasi simultanei su versanti opposti hanno bruciato oltre 130 ettari di bosco. Tre province, dieci giorni, incendi partiti da più punti quasi insieme. La Procura di Salerno ha aperto tre procedimenti contro ignoti e non esclude una regia comune; nel Sannio l'Ente Parco ha chiesto indagini ai Carabinieri Forestali. Nessuno, oggi, sa chi sia stato. Ma i dati ufficiali dicono con chiarezza chi, di solito, accende il fuoco in Campania, e perché: quasi due incendi su tre sono dolosi, e il piromane è meno di un caso su dieci. E c'è una legge che toglie la convenienza a chi brucia, se qualcuno la applica fino in fondo.
Il primo segnale è arrivato dalla Costiera. La sera del 13 settembre il fuoco è partito quasi contemporaneamente in tre punti. Ad Amalfi, in località Vettica, da dove le fiamme sono salite verso Tovere, San Lazzaro di Agerola e Grado di Conca dei Marini. A Positano, lungo la statale 163 nei pressi di San Pietro, da dove sono arrivate fino a Nocelle. A Vico Equense, in località Acquata, da dove si sono spinte verso Tordigliano e il territorio di Positano.1 Per tre giorni Canadair, elicotteri, vigili del fuoco e volontari hanno lavorato su un territorio fatto di terrazzamenti, sentieri e frazioni raggiungibili solo a piedi. Non c'è stato bisogno di evacuare nessuno, ma le fiamme sono arrivate vicino alle case.2
Il 22 settembre la Procura della Repubblica di Salerno ha reso noto di aver aperto tre procedimenti penali contro ignoti per incendio boschivo, affidati al Nucleo Informativo Antincendio Boschivo dei Carabinieri Forestali. Gli inquirenti, si legge nella comunicazione ripresa dall'ANSA, «non escludono, sulla base dei primi accertamenti, che dietro i diversi eventi possa esserci una regia comune».1 Il procuratore ha spiegato il perché con una frase sola: ci sono «una serie di segnali che evidenziano, per esempio, la pluralità degli inneschi, che fa pensare difficilmente alla casualità».3
Poi, nel giro di dieci giorni, il fuoco è arrivato in altre province della Campania. Messi in fila, i fatti riportati dalla stampa disegnano un quadro che riguarda tutta la regione:
| Quando e dove | Cosa è successo |
|---|---|
| 13-16 settembre · Costiera Amalfitana e Monti Lattari (SA-NA) | Tre focolai lontani nella stessa sera; tre procedimenti della Procura di Salerno contro ignoti, ipotesi di regia comune1 |
| 18 settembre · Vesuvio, Torre del Greco (NA) | Circa 5.000 m² vicino alle case; cause da accertare25 |
| 22 settembre · Matese, tra Castello del Matese e Piedimonte (CE) | Fuoco partito da due punti distinti, attivati nello stesso momento6 |
| 22 settembre · Pignataro Maggiore (CE) | Fronte di centinaia di metri sul crinale, vicino alle case; cause da accertare23 |
| 22-23 settembre · Taburno-Camposauro (BN) | Due incendi quasi simultanei su versanti opposti, oltre 130 ettari di bosco; l'Ente Parco parla di «forti sospetti» di dolo e chiede indagini2122 |
| 23 settembre · tra Cetara e Vietri sul Mare (SA) | Nuovo incendio in Costiera, fiamme vicino alle abitazioni24 |
Questo articolo non indica colpevoli e non ne suggerisce. Le indagini sono in corso, contro ignoti, e solo gli inquirenti potranno dire chi è stato e perché. E va detto con chiarezza: nessuna autorità ha collegato tra loro gli incendi di province diverse. Sono competenti Procure diverse, e nei giorni del 22 e 23 settembre soffiava lo stesso vento forte su tutta la regione, che da solo spiega perché i roghi si siano concentrati in quelle ore. Quello che facciamo è diverso: mettiamo in fila i fatti, i dati ufficiali su chi accende gli incendi in Campania e le lezioni delle inchieste passate, in Italia e all'estero. Ne esce un quadro chiaro su tre punti. Il metodo, più inneschi quasi nello stesso momento, si ripete in Costiera, sul Matese e sul Taburno, ed è quello di chi conosce bene il territorio. Il movente, oggi, non lo conosce nessuno. E il fuoco, in Campania, è quasi sempre un gesto che conviene a qualcuno: per questo la risposta più efficace non è solo spegnerlo, ma togliergli la convenienza.
A descrivere come sono partiti gli incendi è stata, per prima, l'assessora regionale alla Protezione civile. Secondo le sue dichiarazioni riportate dalla stampa, i roghi sono stati accesi nel pomeriggio-sera, quando Canadair ed elicotteri non possono più volare, in zone di montagna e in giornate in cui erano previste forti raffiche di vento. «Sono stati trovati gli ordigni da cui è partito tutto», ha aggiunto, «e sono esplosi nel pomeriggio-sera».4 La Procura, nella sua comunicazione, non parla di ordigni: parla di pluralità di inneschi. È una differenza da tenere presente, e la teniamo.
Anche i sindaci della zona hanno parlato apertamente di fuoco appiccato. La sindaca di Positano ha osservato che «nello stesso momento bruciavano Vico Equense, Amalfi, Conca dei Marini, Agerola»; il sindaco di Amalfi ha detto di non aver mai visto un'emergenza simile in undici anni di mandato.5
Se la descrizione dell'assessora sarà confermata, lo schema non è nuovo. A luglio la Protezione civile della Regione Calabria ha comunicato di aver trovato, nei boschi andati a fuoco, inneschi ritardati: candele avvolte in stoffa imbevuta di liquido infiammabile, bottiglie con stoppini.7 Servono a un solo scopo: far partire il fuoco ore dopo che chi l'ha preparato se n'è andato, nel momento in cui vento e orario lo rendono più difficile da fermare. E lo stesso schema si è ripetuto lontano dalla Costiera. Il 22 settembre, sul Matese, in provincia di Caserta, il fuoco è partito da due punti distinti attivati nello stesso momento, uno schema che secondo chi indaga non è compatibile con una causa accidentale.6 Sul Taburno, nel Sannio, l'Ente Parco regionale ha scritto che l'innesco quasi simultaneo su due versanti opposti della stessa montagna «alimenta forti sospetti» di matrice dolosa, e ha chiesto ai Carabinieri Forestali di avviare le indagini.22
Tutto questo dice molto sul come: chi ha acceso questi fuochi, in Costiera come sul Matese e sul Taburno, sapeva quando gli aerei smettono di volare, quando arriva il vento, dove il fuoco corre più veloce. Non dice ancora nulla sul perché.
Quando brucia un bosco, la prima parola che si sente è «piromane». I dati ufficiali raccontano un'altra storia. Il Piano regionale antincendio boschivo 2022-2024 della Regione Campania riporta la classificazione degli incendi del 2021, costruita sulle indagini dei Carabinieri Forestali. Su 559 incendi, 354 sono risultati volontari (il 63,3%), 34 colposi, 17 dubbi, 153 non classificati. Di causa naturale, uno solo.9 A livello nazionale il quadro è lo stesso: secondo i Carabinieri Forestali, anche nei primi sei mesi del 2026 il 98% degli incendi boschivi è di origine umana, tra dolo e colpa.10
Lo stesso Piano scompone i 354 incendi dolosi per movente. È la tabella più istruttiva di tutta questa storia:
| Movente accertato degli incendi dolosi (Campania, 2021) | Casi su 354 |
|---|---|
| Rinnovo del pascolo: bruciare per far ricrescere l'erba per il bestiame | 105 (29,7%) |
| Caccia | 45 (12,7%) |
| Profitto da prodotti del bosco e del sottobosco | 32 (9,0%) |
| Piromania | 27 (7,6%) |
| Bruciatura di rifiuti | 14 (4,0%) |
| Movente rimasto sconosciuto | 79 (22,3%) |
Pascolo, caccia e sfruttamento del bosco, da soli, spiegano più della metà degli incendi dolosi. Il piromane, quello che accende per un impulso che non ha a che fare con nessun interesse, è sotto l'8%. In Campania il fuoco è, nella grande maggioranza dei casi, un gesto che porta un vantaggio a qualcuno, piccolo o grande. È il punto da cui partire, ed è anche una buona notizia: un vantaggio si può togliere.
C'è però un dato altrettanto importante, che quasi nessuno cita: più di un incendio su quattro (153 su 559) non è stato nemmeno classificato, e per uno su cinque dei dolosi il movente è rimasto sconosciuto. E il dato pubblico più recente che abbiamo trovato sui moventi è del 2021. Si combatte meglio ciò che si conosce.
Vesuvio, 2017. Dopo i grandi incendi del Parco nazionale, la Procura competente non escluse la criminalità organizzata, ma avvertì che «sono diversi i moventi che potrebbero nascondersi dietro gli incendi». La pista più concreta indicata allora era un'altra: in alcune delle aree bruciate erano previste a breve demolizioni di immobili abusivi.11 La lezione: dietro un'ondata di incendi possono esserci più mani, con moventi diversi, senza un'unica regia.
Vesuvio, agosto 2025. Oltre 560 ettari bruciati nella pineta di Terzigno. La Procura di Nola ha aperto un fascicolo e i Carabinieri Forestali hanno costituito una task force; tra le ipotesi vagliate, oltre all'attività umana, lo sversamento illecito di rifiuti e il bracconaggio.12
Monti Picentini, 2026. Per un incendio di febbraio in un Parco regionale, secondo l'ipotesi degli inquirenti il fuoco doveva favorire il rinnovo della vegetazione a beneficio del pascolo. Il procedimento è in corso, non c'è alcuna condanna e vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.13 Ma mostra in concreto il movente che la statistica regionale mette al primo posto.
Sicilia. Il Piano antincendio della Regione Siciliana del 2020 ha scritto, in un documento ufficiale, che «l'incendio volontario da parte di operai stagionali può costituire lo strumento per mantenere occasioni di impiego».14 Non è un'accusa a una categoria di lavoratori: è il riconoscimento, da parte di un'istituzione, che un sistema che paga soprattutto l'emergenza può creare un incentivo sbagliato.
Cile, 2024. L'incendio di Valparaíso e Viña del Mar ha fatto 136 morti. La Procura cilena ha formalizzato accuse, tra cui associazione criminale e incendio con esito di morte, nei confronti di alcune persone: secondo l'accusa avrebbero provocato una ventina di incendi dal 2021 per ottenere lavoro e prolungare gli straordinari. Il processo è in corso e non ci sono condanne definitive.15 È il caso internazionale più simile a una «regia» con inneschi multipli e orari scelti.
Spagna e Portogallo. In Spagna, nel 2025, gli incendi intenzionali sono stati il 32,5% del totale, e le persone arrestate o indagate 439.16 In Portogallo, tra gli incendi con causa accertata, il dolo è la prima causa, con il 33%.17 Ovunque, lo stesso schema: il clima non accende il fuoco, ma decide quanto diventa grande.
Mettendo insieme i fatti di settembre, le statistiche e i precedenti, è possibile ragionare sui moventi che gli inquirenti dovranno vagliare. Non sono accuse: sono ipotesi di lavoro della nostra redazione, con i loro punti di forza e di debolezza. Nessuna è confermata dagli inquirenti.
| Ipotesi | Cosa la rende plausibile | Cosa la indebolisce |
|---|---|---|
| Interessi agro-pastorali (rinnovo del pascolo) | È il primo movente in Campania; nei Monti Lattari c'è allevamento | Chi brucia per il pascolo di solito accende un fuoco solo, non tre in comuni diversi la stessa sera |
| Interessi legati al ciclo dell'emergenza (lavoro, straordinari, mezzi) | Schema documentato in Sicilia e oggetto di un processo in Cile; la campagna antincendio in Campania chiude il 30 settembre | In Campania, oggi, non esiste alcun elemento pubblico in questa direzione |
| Intimidazione o interessi criminali | Citati come possibili dall'assessora regionale; un'area a forte economia turistica | Nessun elemento pubblico che lo confermi |
| Speculazione edilizia | Il timore più diffuso ogni volta che brucia un'area di pregio | La legge vieta di costruire per 10 anni e di cambiare destinazione per 15 sulle aree bruciate: il vantaggio diretto non c'è |
| Piromane isolato | Non si può escludere | Tre punti lontani nella stessa sera, e forse inneschi preparati, richiedono organizzazione |
La nostra lettura, e la indichiamo come tale: l'unico elemento solido è il metodo, pianificato e tecnico, scelto per sfuggire ai mezzi aerei. Il movente resta aperto, ed è giusto che resti aperto finché non parlano le indagini. Chi oggi indica un colpevole preciso, su qualunque giornale o social, non ha elementi in più di quelli che abbiamo messo in fila qui.
C'è uno strumento che funziona su quasi tutti i moventi della tabella. La legge quadro sugli incendi boschivi, la n. 353 del 2000, all'articolo 10 stabilisce che sulle aree boscate percorse dal fuoco è vietato costruire per 10 anni, è vietato cambiare la destinazione d'uso per almeno 15 anni ed è vietato il pascolo e la caccia per 10 anni.18 La Corte costituzionale, con la sentenza n. 281 del 2019, ha chiarito che questi vincoli sono uno standard di tutela ambientale che le Regioni non possono ridurre.19
In pratica: chi brucia un bosco per portarci le pecore, per cacciare o per costruire, se la legge viene applicata, si ritrova con dieci anni di divieti sull'area bruciata. Il fuoco non conviene più. Ma c'è un passaggio decisivo: i divieti scattano sulle aree censite nel catasto delle aree percorse dal fuoco, che ogni Comune è tenuto ad aggiornare. Se il catasto non è aggiornato, o lo è con anni di ritardo, i divieti restano sulla carta, e il fuoco torna a convenire.
Per i Comuni colpiti a settembre, dalla Costiera al Matese e al Taburno, non abbiamo trovato un dato pubblico sullo stato del loro catasto. Non affermiamo che non sia aggiornato: affermiamo che è la prima cosa da verificare, ed è una verifica che qualunque cittadino può chiedere.
Se un sistema spende soprattutto quando c'è l'emergenza, finisce per premiare l'emergenza. È la lezione che la Regione Siciliana ha messo per iscritto nel 2020. La risposta che proponiamo, come redazione, è rovesciare il meccanismo: lavoro stabile, tutto l'anno, per la manutenzione dei boschi, dei sentieri e dei terrazzamenti, che in Costiera sono insieme paesaggio, agricoltura e difesa dalle frane. Un bosco curato brucia meno, e chi lo cura ha interesse a proteggerlo, non a vederlo bruciare.
È anche una questione di lavoro al Sud: posti stabili nei piccoli comuni di montagna e di costa, invece di contratti stagionali che finiscono con l'estate. E i fondi europei per lo sviluppo rurale finanziano già interventi di prevenzione degli incendi boschivi: si tratta di usarli per questo, con continuità.
Chi paga il prezzo di questi incendi non sono quelli che li accendono. Sono le famiglie delle frazioni della Costiera come Nocelle e Tovere, quelle di Pignataro Maggiore e dei paesi ai piedi del Taburno, che hanno visto le fiamme arrivare vicino a casa. Sono i piccoli agricoltori dei terrazzamenti e dei boschi dell'entroterra, che perdono in una notte il lavoro di anni. Sono i lavoratori del turismo della Costiera, che vivono di un paesaggio patrimonio dell'UNESCO, e le comunità del Sannio e del Matese, per cui il bosco è economia, acqua e identità. E sono tutti quelli che vivono sotto i versanti bruciati: senza vegetazione, con le prime piogge d'autunno aumenta il rischio di frane e colate di fango, come ha avvertito l'Ordine dei geologi della Campania, che chiede una ricognizione immediata delle aree percorse dal fuoco.20
Anche il quadro regionale va letto con onestà: nell'estate 2026, dal 15 giugno al 30 agosto, in Campania la superficie bruciata è scesa del 61% rispetto al 2025, da circa 5.673 a 2.239 ettari.8 Il sistema di spegnimento ha funzionato meglio. Ma gli incendi di settembre mostrano che la stagione si allunga, e che chi vuole bruciare sa aspettare il momento giusto.
| Chi porta il costo | Chi ha la competenza di decidere |
|---|---|
| Residenti delle frazioni raggiunte dalle fiamme | Comuni e Regione: piani di protezione civile e prevenzione, manutenzione delle aree di interfaccia tra bosco e case |
| Chi vive sotto i versanti bruciati, per il rischio frane | Comuni e Regione: ricognizione geologica e interventi prima delle piogge |
| Agricoltori, allevatori e lavoratori del turismo, dalla Costiera all'entroterra | Regione: programmazione dei fondi per la prevenzione e la manutenzione del territorio |
| Tutta la comunità, se il fuoco torna a convenire | Comuni: aggiornamento del catasto delle aree percorse dal fuoco, da cui dipendono i divieti di legge |
La Procura della Repubblica di Salerno, titolare dei tre procedimenti sulla Costiera, le altre Procure competenti per territorio e il Nucleo Informativo Antincendio Boschivo dei Carabinieri Forestali. L'Ente Parco regionale del Taburno-Camposauro, che ha chiesto le indagini sul Taburno. La Regione Campania, con l'assessorato alla Protezione civile e la struttura regionale che coordina l'antincendio boschivo. I Comuni colpiti, da Amalfi, Agerola, Conca dei Marini, Positano e Vico Equense a quelli del Matese, di Pignataro Maggiore e del Taburno, competenti per il catasto delle aree percorse dal fuoco e per la protezione civile locale. L'Ordine dei geologi della Campania, per la valutazione del rischio idrogeologico. Per policy editoriale questo giornale non riporta nomi di persone fisiche, di società commerciali o di associazioni.
Quattro cose. Gli sviluppi dei tre procedimenti della Procura di Salerno, e se la «regia comune» troverà conferma; e se le indagini chieste sul Taburno e quelle sul Matese porteranno a un atto. Il bilancio ufficiale della superficie bruciata in Costiera, che al momento di questa ricerca non è ancora stato pubblicato. Gli ultimi giorni della campagna antincendio, che per legge regionale termina il 30 settembre. E le prime piogge d'autunno sui versanti bruciati, dalla Costiera al Taburno.
Chi ha acceso la Costiera, il Matese e il Taburno, oggi, non lo sa nessuno, e nessuno ha dimostrato che si tratti della stessa mano. Ma sappiamo come sono partiti quei fuochi: da più punti quasi insieme, col vento, spesso quando gli aerei non possono volare. E sappiamo che in Campania quasi due incendi su tre sono dolosi, e che la grande maggioranza nasce da un interesse, non da una follia.
Un interesse si può togliere. La legge c'è da ventisei anni: dieci anni senza pascolo, senza caccia, senza cemento sui boschi bruciati. Funziona solo se ogni Comune censisce le aree percorse dal fuoco, in tempo e alla luce del sole. Chiederlo al proprio Comune non costa nulla. E pagare chi cura il bosco tutto l'anno, invece di pagare solo chi lo spegne d'estate, è una scelta politica che il Sud può fare adesso.
Prima gli Ultimi utilizza esclusivamente fonti istituzionali e stampa professionale registrata. In questo articolo non compare alcun nome di persona fisica, di società commerciale o di associazione: gli enti e le cariche sono citati per funzione. Non sono riportati nomi di persone indagate, sottoposte a misure cautelari o imputate, in Italia o all'estero.
Questo articolo afferma che la Procura della Repubblica di Salerno ha aperto tre procedimenti contro ignoti per gli incendi del 13-16 settembre 2026 e che, secondo la sua comunicazione ripresa dall'ANSA, non esclude una regia comune; che gli altri incendi elencati in tabella sono avvenuti come riportato dalla stampa indicata in nota, e che l'Ente Parco del Taburno-Camposauro ha chiesto indagini sulla possibile matrice dolosa; che l'assessora regionale alla Protezione civile ha dichiarato alla stampa quanto riportato tra virgolette, dichiarazioni che restano sue; che il Piano regionale antincendio boschivo 2022-2024 riporta, per il 2021, la classificazione delle cause e dei moventi indicata in tabella; che la legge n. 353/2000 prevede i divieti indicati sulle aree percorse dal fuoco. Riporta inoltre inchieste e procedimenti passati, in Italia e all'estero, precisando per ciascuno lo stato processuale noto. Ogni affermazione ha in nota il link alla fonte.
Questo articolo non afferma chi abbia appiccato gli incendi della Costiera, del Matese, del Taburno o degli altri luoghi citati, né per quale ragione. Non afferma che gli incendi di province diverse siano collegati tra loro: nessuna autorità lo ha sostenuto, e la ripetizione dello stesso schema è un dato di cronaca, non la prova di un'unica regia. Le ipotesi della tabella «Le ipotesi sul tavolo» sono una valutazione della redazione, costruita su statistiche e precedenti, e non si riferiscono ad alcuna persona, gruppo o categoria di lavoratori della Campania. Il richiamo al Piano antincendio siciliano e al caso cileno serve a illustrare un meccanismo documentato altrove, non a suggerire che esista in Campania. L'articolo non afferma che il catasto delle aree percorse dal fuoco dei Comuni citati non sia aggiornato: afferma che non è stato reperito un dato pubblico in proposito. Non attribuisce a nessuna amministrazione condotte illecite, negligenti od omissive. La proposta sulla prevenzione è un'opinione della redazione, nell'esercizio del diritto di critica politica.
Cinque limiti dichiarati. Primo: il ritrovamento di «ordigni» è riferito solo dalle dichiarazioni dell'assessora regionale riportate dalla stampa; la Procura parla di pluralità di inneschi, e non abbiamo potuto verificare altro. Secondo: i dati sui moventi in Campania risalgono al 2021, l'ultimo anno reperito in un documento pubblico ufficiale. Terzo: il bilancio complessivo in ettari degli incendi di settembre in Costiera non era ancora stato ufficializzato al momento della pubblicazione, per questo non ne riportiamo uno. Quarto: sulla stampa è circolata anche un'ipotesi che collega gli incendi dei Lattari a coltivazioni illegali; riportata da una sola testata e non confermata da nessuna fonte istituzionale, l'abbiamo esclusa. Quinto: gli oltre 130 ettari bruciati sul Taburno sono un dato di stampa, non ancora un bilancio ufficiale, e il sospetto di dolo sul Taburno è dell'Ente Parco, non ancora un accertamento degli inquirenti.
Qualunque ente o soggetto citato in questo articolo, anche indirettamente, che ne ritenga inesatto un passaggio può scrivere a carmine.supino.74 - at - gmail.com: pubblicheremo la rettifica o la replica con lo stesso rilievo dato al testo originale, e con la stessa evidenza grafica.
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