È successo il 6 settembre in un Land dove l'industria chimica si è fermata e un abitante su cinque è finito sotto la soglia di povertà. Non è una storia tedesca di razzismo e nostalgia: è quello che succede quando un territorio industriale paga il conto di una scelta decisa altrove e nessuno lo compensa. Il motivo per cui riguarda il Mezzogiorno è che in Italia l'energia alle imprese costa più che in Germania — e la protezione che lo Stato garantisce alle fabbriche energivore vale quasi sette volte meno.
Il 6 settembre 2026 la Sassonia-Anhalt, uno dei Länder della ex Germania Est, ha rinnovato il proprio parlamento regionale. Il partito di estrema destra tedesco — così classificato dai servizi di informazione interni della Repubblica Federale — ha preso il 43,8%, con un balzo di ventitré punti rispetto a cinque anni prima. Trentanove seggi su ottantatré: tre in meno della maggioranza assoluta.1,2
Il partito che guida il governo federale tedesco è sceso al 17,2%, perdendo quasi venti punti: il peggior risultato regionale della sua storia. L'affluenza è salita al 77,8%, diciassette punti e mezzo in più: mai così alta in quel territorio.1
In Italia questo voto è stato raccontato per una manciata di ore come una notizia sull'estremismo tedesco, e poi è sparito. È un errore, e questo articolo prova a spiegare perché: quel risultato non parla della Germania, parla di che cosa succede a un territorio industriale periferico quando gli si sposta il pavimento sotto i piedi. E il Mezzogiorno, sullo stesso terreno, sta messo peggio.
Questo articolo non attribuisce a nessuno — persona, impresa, amministrazione o governo — alcuna condotta illecita, negligente od omissiva, e non sostiene che gli aiuti all'Ucraina abbiano causato la crisi industriale tedesca: sono due contabilità distinte e nel testo restano separate. Sostiene una cosa sola, verificabile su dati ufficiali: il territorio tedesco dove la produzione industriale energivora si è fermata è lo stesso dove la povertà è al 21,3% ed è lo stesso dove il voto si è spostato in massa. E che l'Italia, su quel primo fattore — il costo dell'energia per le imprese — sta messa peggio della Germania, con una compensazione pubblica che vale quasi sette volte meno. Non è una previsione: è un confronto tra numeri già pubblicati.
La lettura che si trova quasi ovunque è l'identità: l'Est risentito, la nostalgia del vecchio regime, il rifiuto dei migranti. È vera, e i numeri la confermano. Nell'analisi post-elettorale condotta da una fondazione politica tedesca, il 91% degli elettori di quel partito dichiara di temere l'estraniamento culturale e l'85% ritiene che il modo di vivere tedesco stia cambiando troppo.1
Ma quella spiegazione ha un problema di date. Nel 2016 quel partito in Sassonia-Anhalt prendeva già il 24,3%, con l'economia tedesca in piena salute e nessuna crisi energetica all'orizzonte. Nel 2021 il 20,8%.3 Lo zoccolo identitario c'era da dieci anni, ed è rimasto più o meno dov'era.
Quello che è cambiato è il resto. Nella stessa rilevazione, l'89% di quegli elettori dice di avere paura dei prezzi e di non farcela con le bollette, l'80% teme di perdere il proprio tenore di vita, il 66% si sente economicamente ai margini, l'83% un cittadino di seconda classe. E soprattutto: solo il 20% giudica positivamente la situazione economica, ventisette punti in meno rispetto a cinque anni fa.1
Il voto per gruppi professionali dice il resto. Fra gli operai quel partito sta tra il 52 e il 59%; fra disoccupati e lavoratori precari sotto i sessant'anni, oltre il 60%.1 Un quarto dell'elettorato votava così anche quando le fabbriche giravano. Il salto dal 24% al 44% è un'altra storia, ed è una storia industriale.
Fino al 2021 l'industria tedesca stava in piedi su una formula semplice: energia comprata a poco a est, prodotti venduti cari a ovest e a oriente.
Il gas russo copriva circa il 55% delle importazioni tedesche nel 2020 — era il 43% nel 2007 — e la Germania produce in casa solo il 5% di quello che consuma.11 Non era un dettaglio contabile: era il vantaggio competitivo su cui poggiava l'intera chimica europea.
Poi, in diciotto mesi, quella formula è stata smontata. Alcune decisioni sono state prese a Berlino, altre a Bruxelles, altre a Mosca, una non ha ancora un responsabile accertato. Le riportiamo distinte, perché confonderle è il modo più rapido per rendere l'argomento contestabile.
Su quest'ultimo punto vale la pena fermarsi, perché è l'unico in cui non si può parlare di fatalità. L'esenzione c'era, scritta nel testo europeo, e altri Stati l'hanno usata. Rinunciarvi è stata una scelta discrezionale, presa da un governo e non contestata in aula dal principale partito di opposizione dell'epoca — quello che oggi guida la Germania e che il 6 settembre ha preso il 17,2%.
Qui non servono interpretazioni. L'ufficio federale di statistica tedesco ha pubblicato a maggio 2026 il bilancio di quattro anni esatti. Dal febbraio 2022 al marzo 2026:4
Il motivo sta in un rapporto che non si chiude: le imprese tedesche pagano il gas circa cinque volte quello che pagano le imprese nordamericane, e l'elettricità industriale circa il doppio. Chi ha condotto lo studio lo definisce uno svantaggio «strutturale per il prevedibile futuro».5
Non è un contraccolpo temporaneo. È il pavimento che si è spostato.
C'è una cosa che spiega la domanda «perché proprio adesso» meglio di qualunque analisi politica: il prezzo del gas non chiude una fabbrica subito.
Nel 2022, quando la bolletta esplode, i contratti pluriennali e le coperture finanziarie assorbono il colpo. Nel 2023-2024 saltano i piani di investimento. Solo nel 2025-2026 arriva il licenziamento. Tra il rincaro e la lettera al lavoratore passano tre anni — ed è per questo che lo shock del 2022 si è tradotto in un voto nel 2026 e non nel 2023.
Leuna, in Sassonia-Anhalt, è uno dei poli chimici più grandi d'Europa. La sequenza documentata è questa:
Otto mesi dopo, quella regione ha votato.
E la Sassonia-Anhalt non è un Land qualsiasi rispetto a tutto questo: chimica ed energia valgono circa metà della sua produzione industriale.8 Non ha la finanza di Francoforte né i servizi di Monaco per compensare. Quel vantaggio competitivo, lì, era l'economia.
| Indicatore | Sassonia-Anhalt | Media tedesca |
|---|---|---|
| PIL pro capite (2025) | 38.452 € | +28% sopra il dato del Land |
| Disoccupazione | 8,2% | 6,5% |
| Retribuzione lorda media annua | 41.163 € | 54.066 € |
| Tasso di povertà (2025) | 21,3% | 16,1% |
| Età media della popolazione | 48,3 anni | la più alta di tutti i Länder |
Tre anni consecutivi di contrazione economica, produttività tornata ai livelli del 2013, e una previsione di perdita di oltre il 12% della popolazione in età da lavoro entro il 2035: il calo più ripido di tutta la Germania.8,9,10
Un abitante su cinque sotto la soglia di povertà, in una delle economie più ricche del mondo. Poi qualcuno si stupisce del 43,8%.
Quanto detto finora riguarda i prezzi dell'energia. Questa sezione riguarda un'altra cosa: come sono stati allocati i soldi pubblici nello stesso periodo. Le due cose non vanno mescolate — non è la spesa per l'Ucraina ad aver fermato gli impianti di Leuna, è stato il costo del gas — ma vanno lette una accanto all'altra, perché parlano di priorità.
La Germania ha impegnato circa 55 miliardi di euro a sostegno dell'Ucraina dal 2022, ed è il primo sostenitore europeo. Per il 2026 ha stanziato 11,5 miliardi.15 Nello stesso 2026, per impedire che una fabbrica chimica si spegnesse in Sassonia-Anhalt, sono stati trovati 79,5 milioni.7
Non è un'accusa: sono due voci di bilancio, decise da organi legittimi, con finalità diverse e non comparabili sul piano giuridico. Ma le priorità di uno Stato non si leggono nei discorsi, si leggono negli stanziamenti. E chi vive in un territorio dove un abitante su cinque è povero quei due numeri li mette in fila da solo, senza bisogno che glielo spieghi nessuno.
È esattamente il meccanismo che questa rubrica ha già raccontato per l'Italia, con altre cifre e un altro oggetto, nell'articolo 33 Miliardi per le Armi, 100 Milioni per le Devastazioni del Ciclone Harry.A
Fin qui la Germania. Ma il motivo per cui questo pezzo sta su un sito che parla al Mezzogiorno è un altro, ed è sgradevole: sull'energia, l'Italia sta peggio della Germania.
Dati di Confindustria su base Eurostat, primo semestre 2025 — prezzo al dettaglio dell'elettricità per le imprese:16
| Paese | €/MWh, imprese, I semestre 2025 |
|---|---|
| Italia | 278 |
| Germania | 242 |
| Media UE | 216 |
| Francia | 183 |
| Spagna | 171 |
Sul mercato all'ingrosso, gennaio-ottobre 2025: Italia 116 €/MWh, Germania 87, Spagna 65, Francia 61. Un'impresa media che consuma 3,7 GWh l'anno paga di soli oneri di rete circa 133.000 euro in Italia contro 78.000 in Francia: il 70% in più.16
E c'è una voce che merita di essere guardata da vicino, perché è una decisione politica pura e non un fatto di mercato: la compensazione dei costi indiretti del sistema europeo di scambio delle emissioni, cioè i soldi che uno Stato restituisce alle proprie industrie energivore per non farle chiudere. Qui il confronto va fatto con le date in mano, perché il quadro è cambiato di recente.
Il massimale annuo italiano è stato per anni di 140 milioni di euro. Il 20 luglio 2026 la Commissione europea ha approvato la revisione del regime: il tetto annuo sale a 600 milioni, la dotazione complessiva da 1,5 a 3,6 miliardi con ultimo pagamento previsto nel 2031, e l'intensità massima dell'aiuto dal 75% all'80%.18 È un quadruplicamento, ed è giusto darne atto.
Il problema è il termine di paragone. Per lo stesso meccanismo la Germania ha iscritto a bilancio federale, per l'anno di richiesta 2026, 4 miliardi di euro.19
Anche dopo aver quadruplicato, l'Italia protegge le proprie fabbriche energivore con quasi sette volte meno di quanto faccia la Germania. Con l'energia che, alle stesse imprese, costa il 15% in più.
Su queste basi, il Mezzogiorno:17
E le previsioni per il 2027 danno il Sud allo 0,6% e il Centro-Nord allo 0,9%: la forbice torna a girare nel verso di sempre.17
Il costo di una transizione non si distribuisce mai in modo uniforme. Chi ha un capitale si sposta, chi ha una competenza rara cambia paese, chi ha un patrimonio lo mette altrove. Chi ha un turno in un impianto chimico e una casa che vale quanto quell'impianto resta dov'è, e aspetta.
In Sassonia-Anhalt l'hanno scoperto in quattro anni: il territorio che aveva il vantaggio competitivo più grande è diventato quello con la povertà più alta, il salario più basso e l'età media più avanzata di tutta la Germania. Nessuno ha deciso di punirlo. È semplicemente accaduto che una scelta strategica presa a livello nazionale ed europeo avesse un costo, che quel costo si concentrasse geograficamente, e che non esistesse un meccanismo per redistribuirlo.
Il Mezzogiorno conosce bene questo schema, perché è lo stesso di ogni sua deindustrializzazione: la decisione altrove, il costo qui, e la compensazione che arriva tardi, parziale, o non arriva. La differenza è che stavolta l'ordine di grandezza del divario energetico è già misurato, già pubblicato, e già peggiore del caso tedesco.
| Chi porta il costo | Chi ha la competenza di decidere |
|---|---|
| Chi lavora in un impianto energivoro del Mezzogiorno e paga l'elettricità più cara d'Europa occidentale | Governo e Parlamento nazionali — dotazione della compensazione ETS indiretta e struttura degli oneri di rete |
| Chi vive in un'area industriale e non sa se il proprio insediamento sia fra quelli sostenuti | Regioni e consorzi di sviluppo industriale — pubblicazione in formato aperto degli insediamenti energivori e dei piani di sostegno |
| Chi perde il posto in una riconversione e non ha un bacino alternativo entro cento chilometri | Regioni — clausole occupazionali territoriali nei piani di riconversione finanziati con risorse pubbliche |
| Chi paga 278 €/MWh mentre nello stesso mercato unico un concorrente ne paga 171 | Istituzioni dell'Unione Europea — coesione territoriale e asimmetrie dei prezzi energetici fra Stati membri |
È facile leggere il 43,8% della Sassonia-Anhalt come una storia tedesca di razzismo e nostalgia. È comodo, e ci assolve.
La lettura che i dati sostengono è più scomoda: un territorio industriale periferico è stato messo davanti al conto di una scelta strategica decisa altrove, non è stato compensato, e ha finito per votare in massa l'unica forza politica che quella scelta non l'aveva firmata. Non perché quella forza abbia un programma economico migliore — non ce l'ha, propone meno tasse per i redditi alti e meno regole — ma perché era l'unica casella diversa sulla scheda.
Quando tutti i partiti di governo votano allo stesso modo su energia, guerra e industria, chi paga il conto non ha più una rappresentanza ordinaria. Ne cerca una straordinaria. Non c'è nessuna ragione per cui il Mezzogiorno debba essere immune da questo meccanismo: ha lo stesso profilo industriale periferico, un costo dell'energia perfino superiore e una protezione pubblica che vale quasi sette volte meno.
La risposta non è indignarsi per come votano gli altri. È non lasciare che il conto lo paghino sempre gli stessi.
Prima gli Ultimi utilizza esclusivamente fonti istituzionali, statistiche ufficiali e stampa professionale registrata. In questo articolo non compare alcun nome di persona fisica, di società commerciale o di associazione: le imprese sono indicate per funzione, gli enti come istituzioni e mai attraverso chi ne ricopre le cariche. Questo vale anche per gli indirizzi delle fonti citate.
Questo articolo afferma i risultati elettorali ufficiali del 6 settembre 2026 e quelli delle consultazioni precedenti nello stesso Land; i dati di produzione e occupazione delle industrie ad alta intensità energetica pubblicati dall'ufficio federale di statistica tedesco; la sequenza documentata degli eventi al polo chimico di Leuna; i dati su povertà, salari, disoccupazione e demografia del Land; la quota storica del gas russo sulle importazioni tedesche; le decisioni europee e tedesche sull'embargo petrolifero e sull'esenzione per il greggio trasportato via oleodotto; gli importi del sostegno all'Ucraina dichiarati pubblicamente dal governo federale tedesco; i prezzi dell'energia rilevati da Eurostat ed elaborati da Confindustria; i dati SVIMEZ sul Mezzogiorno. Ogni affermazione ha in nota il link alla fonte da cui è tratta.
Questo articolo non afferma che gli aiuti all'Ucraina abbiano causato la crisi industriale tedesca: i due fenomeni sono tenuti espressamente separati nel testo, e il nesso causale documentato è quello fra costo dell'energia e produzione industriale. Non attribuisce a nessuno — persona, ufficio, impresa, amministrazione o governo — alcuna condotta illecita, negligente od omissiva. Non afferma chi abbia compiuto il sabotaggio del settembre 2022: su quel fatto è pendente un procedimento penale il cui dibattimento si apre il 14 ottobre 2026 e non esiste alcun accertamento definitivo, per cui ci limitiamo a registrare l'evento e la sua conseguenza tecnica. Non afferma che il voto di un elettore sia riducibile a una sola causa, né che il risultato elettorale tedesco si riprodurrà in Italia.
Otto limiti dichiarati. Primo: l'analisi post-elettorale citata per le motivazioni degli elettori è prodotta da una fondazione politica legata a uno dei partiti in competizione; le rilevazioni sul campo sono affidate a istituti demoscopici indipendenti, ma l'avvertenza va posta. Secondo: il nesso fra crisi energetica e voto non è dimostrabile in senso statistico con le fonti qui usate; quello che le fonti mostrano è una contemporaneità e una coerenza fra i gruppi sociali colpiti e i gruppi sociali che hanno spostato il voto. È una lettura, ed è dichiarata come tale. Terzo: i dati sul polo chimico provengono da stampa economica specializzata e da comunicazioni aziendali riprese dalla stampa, non da atti amministrativi consultati direttamente. Quarto: le cifre sul sostegno all'Ucraina sono quelle dichiarate dal governo federale tedesco; fonti indipendenti usano perimetri di calcolo diversi e arrivano a totali non coincidenti, e sono qui riportate come impegni dichiarati e non come spesa effettivamente erogata. Quinto: i prezzi dell'energia citati si riferiscono al primo semestre 2025 e al periodo gennaio-ottobre 2025, i più recenti disponibili in forma comparabile fra paesi al momento della scrittura. Sesto: i dati SVIMEZ derivano dal rapporto 2025 e riguardano in prevalenza il periodo 2021-2024, con previsioni fino al 2027. Settimo: la stessa fonte riporta anche dati di segno opposto che questo articolo non riprende — nel 2021-2024 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell'8,5% contro il 5,8% del Centro-Nord, e il valore aggiunto manifatturiero meridionale è salito del 13,6% mentre il Nord-Ovest perdeva il 2,4%; il quadro qui descritto riguarda il costo dell'energia e la qualità del lavoro, non l'andamento complessivo del prodotto. Ottavo: i due importi della compensazione ETS non sono perfettamente omogenei — quello italiano è il massimale annuo autorizzato dalla Commissione europea, quello tedesco è la somma iscritta nel piano di bilancio federale per l'anno di richiesta 2026: l'uno è un tetto, l'altro uno stanziamento previsionale, e né l'uno né l'altro coincidono necessariamente con quanto verrà effettivamente erogato. Li accostiamo per ordine di grandezza, non come cifre equivalenti.
I giudizi critici contenuti in questo articolo — sulle priorità di bilancio e sulla mancanza di un meccanismo di redistribuzione del costo della transizione energetica — sono opinioni della redazione, formulate nell'esercizio del diritto di critica politica su una materia di rilevante interesse pubblico, sulla base dei documenti qui linkati.
Qualunque ente o soggetto citato in questo articolo, anche indirettamente, che ne ritenga inesatto un passaggio può scrivere a carmine.supino.74 - at - gmail.com: pubblicheremo la rettifica o la replica con lo stesso rilievo dato al testo originale, e con la stessa evidenza grafica.
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