PNRR, welfare, sanità, lavoro, autonomia differenziata. Non giudizi: cinque indicatori che Corte dei conti, Istat, Inps, Agenas, Banca d'Italia e Svimez pubblicano nero su bianco. Su ognuno dei cinque, il Mezzogiorno esce dal quadriennio più indietro di come ci era entrato. Il dato più grave: le famiglie in povertà assoluta in Italia sono 2,2 milioni, i nuclei che a giugno 2026 ricevevano l'Assegno di inclusione erano 690.260.
Sul Mezzogiorno si può litigare all'infinito. Ogni governo dice di aver fatto la sua parte, ogni opposizione dice il contrario, e chi vive a Benevento, a Torre del Greco o a Eboli resta con la sensazione che la discussione riguardi qualcun altro.
Questo articolo prova a fare una cosa diversa. Misura il quadriennio del Governo Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, con i documenti che lo Stato stesso produce. Prende cinque terreni concreti — i fondi europei del PNRR, il sostegno contro la povertà, la sanità territoriale, gli incentivi al lavoro, l'autonomia differenziata — e su ciascuno mette il numero che le istituzioni hanno pubblicato. Non commenti, non dichiarazioni: relazioni della Corte dei conti, statistiche Istat, monitoraggi Agenas, dati Inps, studi della Banca d'Italia, il Rapporto Svimez. Tutto verificabile, tutto linkato in fondo.
Quando si passa dai fondi assegnati ai fondi spesi, dagli annunci ai servizi che funzionano, dalle percentuali di crescita alle famiglie che arrivano a fine mese, il divario Nord-Sud non si è chiuso. Su ognuno dei cinque terreni che seguono si è allargato, o è rimasto identico mentre le risorse per chiuderlo c'erano e non sono state spese. Questi sono i numeri.
C'è un dato che viene citato spesso: nel periodo 2021-2024 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell'8,5% contro il 5,8% del Centro-Nord.1 Prima di usarlo come pagella, conviene guardare cosa contiene.
Primo: il periodo. Comincia nel 2021, oltre un anno prima dell'insediamento dell'attuale esecutivo, avvenuto il 22 ottobre 2022. Secondo: il motore. Lo stesso Rapporto Svimez attribuisce al PNRR un effetto espansivo di 1,1 punti sul PIL meridionale — e il Piano è stato approvato nell'aprile 2021, da un altro governo e da un'altra maggioranza. Terzo, e decisivo: quella crescita non è arrivata nelle tasche delle persone. Dall'inizio del 2021 al secondo trimestre 2025 il potere d'acquisto dei salari reali al Sud è calato del 10,2%, contro il −8,2% del Centro-Nord.1
Un PIL che sale mentre i salari reali scendono più che altrove non è un Mezzogiorno che recupera: è un Mezzogiorno dove la ricchezza prodotta si ferma prima di arrivare a chi la produce. E infatti fra il 2022 e il 2024 hanno lasciato il Sud 175mila giovani fra i 25 e i 34 anni: il 50% degli uomini e il 70% delle donne con una laurea in tasca.1 Non se ne vanno da un territorio che sta risalendo.
Vale anche per i servizi all'infanzia, dove il Piano asili nido del PNRR doveva colmare il divario storico. Nell'anno educativo 2023/24 la Campania è ultima in Italia con il 15,4% di copertura, seguita da Sicilia (15,5%) e Calabria (17,2%), contro il 48,4% dell'Umbria e una media nazionale del 31,6%. Il traguardo europeo del 33% — fissato al Consiglio di Barcellona, e nel frattempo alzato dalla raccomandazione UE al 45% entro il 2030 — in Campania è lontano meno della metà della strada.2
La legge prevede che almeno il 40% delle risorse territorializzabili del PNRR vada al Mezzogiorno. È la cosiddetta "clausola del 40%", monitorata dal Dipartimento per le politiche di coesione.3 Quel vincolo riguarda però l'assegnazione dei fondi. La domanda vera è un'altra: quanti di quei soldi sono stati effettivamente spesi e rendicontati?
La risposta sta nella relazione semestrale della Corte dei conti sull'attuazione del PNRR, presentata a fine maggio 2026. Al 26 febbraio 2026 i pagamenti complessivi erano fermi al 55,5% del totale, circa 93 miliardi di euro. Ma disaggregando per territorio: il Centro-Nord aveva rendicontato il 52,7% delle risorse, il Mezzogiorno il 39,5%. Sulle sole opere pubbliche lo scarto fra le due macroaree supera i 20 punti percentuali.4
Il ritardo non è distribuito a caso: colpisce esattamente le misure che riguardano le persone più fragili. Al 26 febbraio 2026 le Case della Comunità avevano pagamenti al 31%, il Piano asili nido al 43%, l'edilizia scolastica al 51%, la rigenerazione urbana al 49%. Complessivamente, circa 24,2 miliardi di euro — quasi il 40% della dotazione considerata — slitteranno oltre il 2026.4
C'è un modo per far sembrare tutto questo meno grave, ed è contare i cantieri invece dei soldi. Ma sulle opere pubbliche i progetti risultano conclusi nel 36,7% dei casi e solo per il 6,2% del valore economico: significa che ciò che si chiude sono gli interventi piccoli, mentre le opere che pesano davvero restano aperte.5 Contare i nastri tagliati non è come contare i soldi arrivati a terra. E ad aprile 2026 risultavano completate 11 delle 159 scadenze europee del primo semestre.
L'Istat certifica che nel 2024 le famiglie in povertà assoluta in Italia erano 2,2 milioni, l'8,4% del totale, per 5,7 milioni di persone (9,8%). Nel Mezzogiorno l'incidenza sale al 10,5% delle famiglie e al 12,1% degli individui; nelle Isole è passata dall'11,9% del 2023 al 13,4%. I minori in povertà assoluta sono 1,28 milioni, il 13,8% dei residenti di quell'età: il valore più alto dell'intera serie storica dal 2014. Tra le famiglie il cui membro principale è operaio, l'incidenza tocca il 15,6%.6
Contro questa platea, lo strumento nazionale è l'Assegno di inclusione, che dal gennaio 2024 ha sostituito il Reddito di cittadinanza. I dati Inps dicono che nel mese di giugno 2026 i nuclei percettori erano 690.260, con un importo medio di 672 euro.7 A maggio 2023, ultimo periodo di piena operatività del Reddito di cittadinanza, i nuclei percettori erano poco più di un milione; nel maggio successivo, con l'Assegno di inclusione a regime, erano scesi a 625mila, una riduzione del 37,6%.8
| Indicatore | Dato | Fonte |
|---|---|---|
| Famiglie in povertà assoluta in Italia (2024) | 2.200.000 | Istat |
| Nuclei percettori Assegno di inclusione (giugno 2026) | 690.260 | Inps |
| Nuclei percettori Reddito di cittadinanza (maggio 2023) | ~1.000.000 | Inps |
| Variazione nuclei RdC → AdI (mag. 2023 → mag. 2024) | −37,6% | elaborazione su dati Inps |
| Quota di nuclei AdI residenti nel Mezzogiorno e Isole | oltre 67% | Inps |
| Famiglie beneficiarie in Campania (gen. 2024 – giu. 2026) | 238.532 | Inps |
Si potrebbe obiettare che l'importo medio è salito: 672 euro contro i 568 del Reddito di cittadinanza nel 2023. Ma un importo medio più alto è la conseguenza aritmetica di aver ristretto la platea ai nuclei con disabilità, minori o anziani, che accedono a scale di equivalenza più favorevoli. La media sale perché si contano meno famiglie, non perché ciascuna riceva un aiuto più adeguato. È il modo più elegante che esista di tagliare una misura sociale: si riduce chi entra, e il numero che si mostra in conferenza stampa migliora.
Il punto vero è chi resta fuori. L'Assegno di inclusione si rivolge soltanto ai nuclei in cui c'è un minore, una persona con disabilità, un over 60 o una persona in carico ai servizi sociali. Chi è povero e non rientra in nessuna di queste categorie — il quarantacinquenne senza figli che ha perso il lavoro a Castellammare, la coppia di cinquantenni disoccupati a Marcianise — dal punto di vista di questa misura, semplicemente, non esiste. Non è un difetto di attuazione: è scritto nella norma.
Un dato va letto con attenzione perché smonta l'alibi: passando dal Reddito di cittadinanza all'Assegno di inclusione, i nuclei con persone con disabilità sono aumentati del 17,6%, unica categoria in crescita dentro un taglio generalizzato.8 Non è merito di nessuno: è la prova che la platea si allarga o si stringe esattamente dove il legislatore decide di metterci una categoria. Le centinaia di migliaia di nuclei usciti dalla misura non sono stati esclusi da un vincolo tecnico o da un obbligo europeo. Sono stati esclusi per scelta.
La riforma dell'assistenza territoriale è, sulla carta, la parte più ambiziosa del PNRR sanità: portare vicino a casa quello che oggi si va a cercare al pronto soccorso. Il monitoraggio di Agenas relativo al secondo semestre 2025 fotografa lo stato reale: 781 Case della Comunità su 1.715 previste risultano attive con almeno un servizio (45%), ma soltanto 66 — meno del 4% — funzionano a pieno regime, con tutti i servizi richiesti e personale medico e infermieristico presente. Gli Ospedali di Comunità attivi sono 163 su 594 (27%). Otto regioni non hanno neanche una Casa della Comunità pienamente operativa.9
Alla scadenza PNRR del 30 giugno 2026, la Campania risultava avere 98 Case di comunità operative a fronte delle 171 originariamente previste. A livello nazionale mancano all'appello oltre 2.500 medici e circa 7.000 infermieri a tempo pieno per far funzionare davvero le strutture realizzate.10
È il cuore del problema, e vale la pena dirlo con parole semplici: un edificio non è un servizio. Si possono inaugurare mille Case della Comunità, ma se dentro non c'è il medico, per il cittadino di Acerra o di Sant'Angelo dei Lombardi non cambia nulla. Il PNRR finanziava i muri; il personale è competenza dello Stato e delle Regioni, e i tetti di spesa sul personale sanitario non sono stati rimossi.
Il conto di questa mancanza si legge in un altro numero, quello della mobilità sanitaria: il denaro che una Regione paga a un'altra perché i propri cittadini si curano fuori. Secondo la Fondazione GIMBE, nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha toccato il valore record di 5,15 miliardi di euro. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto assorbono il 95,1% dei saldi positivi; Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna concentrano il 78,2% di quelli negativi. Il saldo della Campania è di −306,3 milioni di euro, secondo peggiore d'Italia dopo la Calabria (−326,9 milioni). Più di un euro su due speso per queste prestazioni fuori regione finisce a strutture private accreditate: 1,966 miliardi contro 1,643 miliardi al pubblico.11
Sono trecento milioni l'anno che escono dalla Campania e non tornano. Non è un trasferimento contabile: è un padre che accompagna la figlia a Bologna per un intervento, e paga treno, albergo e giorni di ferie che nessun rimborso copre.
Dal 2020 al 2024 le imprese del Mezzogiorno hanno beneficiato della "Decontribuzione Sud": uno sgravio del 30% sui contributi previdenziali a carico del datore di lavoro. Uno studio della Banca d'Italia pubblicato nel giugno 2026 (collana Questioni di Economia e Finanza) ne ha misurato gli effetti, e la conclusione è netta: la misura ha ridotto il costo del lavoro del 4,2% e migliorato i conti delle aziende — margine EBITDA +1,8 punti percentuali, ROE +4 punti — ma non ha prodotto effetti misurabili né sull'occupazione né sui salari.12
Le ragioni individuate dallo studio sono tre, e sono tutte politiche: l'orizzonte temporale incerto, legato ad autorizzazioni europee di sei-dodici mesi, che ha spinto le imprese a trattare lo sgravio come una boccata d'ossigeno e non come una leva strategica; l'impostazione generalista, meno efficace degli incentivi mirati; e le barriere di accesso, con il 23% delle imprese meridionali escluso automaticamente per irregolarità nel DURC.
Dal 2025 la misura è stata sostituita da una versione più stretta, riservata alle sole imprese fino a 250 dipendenti: esonero al 25% con tetto di 145 euro mensili per lavoratore nel 2025, 20% con tetto di 125 euro nel biennio successivo, in discesa fino al 15% con tetto di 75 euro nel 2029.13
Il risultato di questa impostazione si vede nel dato Svimez sul lavoro povero: nel 2024 la quota di lavoratori che restano poveri pur avendo un impiego è del 19,4% nel Mezzogiorno contro il 6,9% nel Centro-Nord, in crescita rispetto al 2023 in entrambe le aree. Oltre dodici punti di distanza. Nello stesso Rapporto: la perdita di potere d'acquisto dei salari reali dall'inizio del 2021 al secondo trimestre 2025 è del −10,2% al Sud contro il −8,2% al Centro-Nord, e tra il 2022 e il 2024 175mila giovani fra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Mezzogiorno — la metà degli uomini e il 70% delle donne con una laurea in tasca.1
Un lavoratore meridionale su cinque è povero pur lavorando. È il risultato di quattro anni in cui gli incentivi sono andati ai bilanci delle imprese e non ai contratti, mentre la proposta di un salario minimo legale non è mai diventata legge. Il lavoro al Sud non manca soltanto: quando c'è, sempre più spesso non basta per uscire dalla povertà. Ed è per questo che i giovani se ne vanno lo stesso.
Con la sentenza n. 192 del 2024 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime diverse disposizioni della legge 86/2024 sull'autonomia differenziata. I punti fermi stabiliti: le richieste di autonomia devono riguardare funzioni specifiche e non intere materie; ogni richiesta va giustificata sul piano della sussidiarietà, dimostrando che la gestione regionale porti un vantaggio reale rispetto a quella statale; e la determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (i LEP) deve avvenire con delega parlamentare a criteri specifici, non con delega in bianco al Governo. La Corte ha inoltre indicato materie difficilmente decentrabili, fra cui la tutela dell'ambiente e la produzione e distribuzione nazionale dell'energia.14
Il processo però non si è fermato. A febbraio 2026 quattro regioni del Nord — Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto — hanno presentato schemi di intesa preliminare, che riguardano anche materie LEP, fra cui la sanità: autonomia nella determinazione delle tariffe e nell'allocazione delle risorse per il personale. Come rileva l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, i quattro schemi hanno formulazioni pressoché identiche fra loro — il che è singolare per uno strumento che dovrebbe servire a differenziare — e la documentazione non spiega tecnicamente perché la gestione decentrata migliorerebbe il servizio. Alla primavera 2026 la proposta di legge sui LEP era ancora all'esame in commissione parlamentare.14
Tradotto: si sta discutendo di trasferire alle regioni più ricche altra autonomia sulla sanità prima di aver definito e finanziato i livelli essenziali che dovrebbero garantire a un cittadino di Ariano Irpino le stesse prestazioni di uno di Bergamo. La sequenza corretta sarebbe l'opposta.
Case della Comunità costruite senza medici, asili nido finanziati senza educatori assunti, scuole ristrutturate senza tempo pieno. Il PNRR è per sua natura uno strumento di investimento in conto capitale: paga i mattoni, non gli stipendi. Ma la scelta di non accompagnarlo con una politica nazionale di assunzioni e con il superamento dei tetti di spesa sul personale sanitario è una scelta politica, non un vincolo tecnico. Il risultato è il numero di Agenas: meno del 4% delle Case della Comunità attive funziona davvero a pieno regime.
Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all'Assegno di inclusione ha ridotto la platea in tutta Italia, ma pesa soprattutto al Sud, dove risiede oltre il 67% dei nuclei beneficiari e dove l'incidenza della povertà assoluta è del 10,5% contro l'8,4% nazionale. Chi è povero e non ha minori, disabilità o più di 60 anni resta fuori per costruzione della norma. È legittimo discutere se il vecchio strumento funzionasse: non è discutibile che il nuovo raggiunga meno di un terzo delle famiglie in povertà assoluta.
La Corte costituzionale ha detto con chiarezza che i Livelli Essenziali delle Prestazioni vanno definiti dal Parlamento con criteri specifici. A oltre un anno e mezzo dalla sentenza quella legge non c'è ancora, mentre quattro regioni del Nord hanno già depositato richieste che toccano la sanità. Finché i LEP non sono definiti e finanziati, ogni ulteriore differenziazione sposta risorse e capacità amministrativa verso chi ne ha già di più. Non è un'ipotesi: è l'aritmetica della perequazione.
| Chi porta il costo | Chi ha il potere di decidere |
|---|---|
| Le famiglie in povertà assoluta escluse dall'Assegno di inclusione per assenza dei requisiti categoriali | Governo e Parlamento — disciplina nazionale della misura |
| I cittadini campani che si curano fuori regione: −306,3 milioni di euro di saldo nel 2023 | Governo — tetti di spesa sul personale sanitario · Regione Campania — programmazione dei servizi |
| Chi aspetta che le Case della Comunità aprano con il medico dentro | Ministero della Salute, Regioni, Aziende Sanitarie Locali |
| I lavoratori poveri del Mezzogiorno: 19,4% contro il 6,9% del Centro-Nord | Governo e Parlamento — disegno degli incentivi, salario minimo, contrattazione |
| Chiunque userà servizi pubblici in una regione senza LEP definiti e finanziati | Parlamento — legge delega sui LEP, ferma in commissione |
Tre appuntamenti concreti nei prossimi mesi. Il primo: la Corte dei conti pubblicherà la prossima relazione semestrale sull'attuazione del PNRR, che dirà quanti dei 24,2 miliardi slittati oltre il 2026 sono stati recuperati e con quale distribuzione territoriale. Il secondo: Agenas aggiornerà il monitoraggio sull'assistenza territoriale e il bollettino sulle liste d'attesa, con i dati regionali disaggregati che permetteranno di verificare quante delle 98 Case di comunità campane hanno effettivamente il medico. Il terzo: l'iter parlamentare della legge delega sui LEP, che è il vero snodo dell'autonomia differenziata. Torneremo su ciascuno con i numeri, appena saranno pubblicati in forma ufficiale e verificabile.
Alla fine restano cinque numeri, e nessuno di questi è un'opinione: il 39,5% di risorse PNRR rendicontate al Mezzogiorno contro il 52,7% del Centro-Nord; 690.260 nuclei sostenuti a fronte di 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta; 98 Case di comunità operative in Campania sulle 171 previste; il 19,4% di lavoratori poveri al Sud contro il 6,9% del resto del Paese; i LEP ancora fermi in commissione mentre quattro regioni del Nord chiedono altra autonomia sulla sanità.
Nessuno di questi cinque esiti era inevitabile. I soldi del PNRR c'erano ed erano vincolati per legge al 40% verso il Mezzogiorno: non sono stati spesi. La platea del sostegno contro la povertà è stata ristretta con una norma, non da un obbligo europeo. Il personale sanitario che manca nelle Case di comunità è bloccato da tetti di spesa che il Governo poteva rimuovere e non ha rimosso. Lo sgravio contributivo alle imprese meridionali è stato disegnato in modo che, come ha misurato la Banca d'Italia, migliorasse i bilanci senza creare un posto di lavoro. E i livelli essenziali delle prestazioni non sono stati definiti mentre l'autonomia differenziata andava avanti.
Questa è la definizione di fallimento politico: non la sfortuna, ma la distanza fra le risorse disponibili e i servizi che ne sono usciti. Ogni singola cifra di questo articolo è pubblica, prodotta da istituzioni dello Stato, e chiunque può verificarla nei link qui sotto. Il Sud non chiede assistenza. Chiede che le risorse europee che gli spettano arrivino a terra, che chi è povero venga contato prima di essere escluso, e che i diritti essenziali vengano garantiti prima che si distribuisca l'autonomia. Sono tre richieste esigibili, non tre slogan. E la legislatura si chiude nel 2027.
Prima gli Ultimi utilizza esclusivamente fonti istituzionali e stampa professionale registrata. Non utilizziamo social network, forum, blog personali, testate di parte o organizzazioni prive di metodologia pubblica verificabile come fonte di fatti. In questo articolo compare la formula "Governo Meloni": è la designazione istituzionale dell'esecutivo in carica dal 22 ottobre 2022, riferita ad atti normativi, scelte di bilancio e politiche pubbliche, non a persone fisiche; nessuna condotta individuale viene attribuita ad alcuno.
Natura del testo. Questo articolo è dichiaratamente una valutazione politica critica dell'operato di un governo su cinque politiche pubbliche, non una rassegna neutrale del quadriennio. I fatti riportati sono verificabili uno per uno ai link in calce; i giudizi che ne traiamo sono opinioni politiche, esposte come tali e aperte alla replica di chiunque. Chi cerca un bilancio complessivo dell'azione di governo, comprensivo degli indicatori che questo testo non tratta, deve integrare la lettura con altre fonti: qui misuriamo cinque terreni specifici, e solo quelli.
Sei limiti dei dati vanno dichiarati apertamente: (1) i dati della Corte dei conti sul PNRR sono ripresi dalla stampa professionale che ha dato conto della relazione semestrale di maggio 2026; il testo integrale della relazione è consultabile sul portale istituzionale della Corte, indicato in nota; (2) le letture sull'avanzamento territoriale del PNRR non sono univoche — Openpolis rileva che, contando i progetti conclusi anziché il valore economico rendicontato, alcune regioni meridionali procedono più rapidamente della media, verosimilmente per la minore dimensione degli interventi: questo articolo assume il valore rendicontato come metro, e lo dichiara; (3) il confronto fra Reddito di cittadinanza e Assegno di inclusione mette a paragone due misure con requisiti diversi e non è un confronto fra strumenti equivalenti: lo utilizziamo per misurare la copertura della platea, non l'efficacia. Va inoltre segnalato che una parte dei nuclei esclusi dall'Assegno di inclusione può accedere al Supporto per la formazione e il lavoro, che dal settembre 2023 ha riguardato 277.844 persone con un'indennità mensile di 500 euro dal 2025: è uno strumento più breve e condizionato alla partecipazione a percorsi formativi, che non colma la distanza fra 2,2 milioni di famiglie povere e 690.260 nuclei sostenuti, ma esiste e ne diamo conto; (4) il dato di 238.532 famiglie beneficiarie in Campania è cumulato sul periodo gennaio 2024 – giugno 2026 e non coincide con i percettori di un singolo mese; (5) i numeri sulle Case di comunità provengono da rilevazioni con date e perimetri diversi (Agenas, secondo semestre 2025, su 1.715 strutture programmate; rilevazione di stampa al 30 giugno 2026 su 1.350 strutture del target PNRR): le percentuali delle due fonti non sono direttamente sommabili e le riportiamo separatamente; (6) lo studio della Banca d'Italia sulla decontribuzione Sud è citato attraverso la sintesi pubblicata dalla stampa specializzata e riguarda il periodo 2020-2024, non la versione della misura in vigore dal 2025.
Chiunque sia citato in questo articolo, anche indirettamente tramite il proprio ruolo istituzionale, o ne ritenga inesatto un passaggio, può scrivere a carmine.supino.74 - at - gmail.com: pubblicheremo la rettifica o la replica con lo stesso rilievo dato al testo originale.
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